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Mzungu est devenu Mundele

Uncino emise un profondo sospiro, 

non so dirvi il perchè,

forse per via della dolce e languida bellezza della notte

Da oggi questo blog si scrive da Kinshasa, ennesima metamorfosi di un Mzungu che assomiglia sempre più a un  Peter Pan femminetta.

Sono in Repubblica Democratica del Congo, nuovo lavoro, nuova vista dalla finestra e nuovo tavolo da cui prendere appunti.

Ecco, in ordine sparso, qualche appunto di vita da questo nuovo posto:

  • Quelli che camminano per strada battendo due legnetti sono dei lustrascarpe che con quel rumore segnalano la propria presenza. Quelli che invece battono due pezzetti di vetro fanno la manicure.
  • Quando sono uscita a passeggiare e a guardare le bancarelle, una bimbetta ha riso dicendomi Bonjour Mundele – e c’è voluto appena un secondo a capire che Mundele è Mzungu in lingala…
  • Ho ritrovato il sapore succosissimo e buonissimo dei manghi, dell’ananas e della papaia.
  • Ci sono buchi per terra e poche strade intere intere. E’ una fatica camminare ma forse è solo questione di abitudine.
  • Pochi giorni fa sono incappata in una veglia funebre: sotto dei teloni un centinaio di persone pregava e ballava delle musiche  allegrissime intorno alla bara di legno scuro. Quelli più prossimi sventolavano sopra al defunto fiori colorati (finti, credo). La musica era suonata da una banda completa di fiati e tamburi. Dura diversi giorni, pare.
  • Se lo zucchero che hai riposto nel pensile viene assalito dalle formiche, è sufficiente spargerlo al sole (e non buttarlo via come solo una mzungu senza cervello può fare).
  • Ho visto il fiume Congo e ammirato Brazaville sull’altra sponda del fiume e pensato a quanto è artificiosa l’idea umana di confine. Voglio dire, Brazaville era là e io potevo facilmente raggiungerla a nuoto eppure era un altro stato e dovevo chiedere un visto per andarla a vedere.
  • Anche qui, come in altri paesi africani, l’appellativo di rispetto per una donna è Mama. Cosa mai vista prima, invece, la forma di rispetto per gli uomini è Papà. E così me ne vado in giro a chiamare dei perfetti sconosciuti Papà e Mama.
  • Provate a stringere le labbra nel rumore di un bacio. Ora tenete questo suono vibrante sulle vostre labbra per qualche secondo. Ecco questo è il suono per chiamare uno che vi sta lontano (tipo il cameriere o il lustrascarpe al punto uno).

Sarà una bella esperienza amici. Ne sono sicura.

Forse vi chiederete se Erbil mi manchi. Tantissimo.

Buona vita.

La partenza. Quasi.

Gli elicotteri, il loro rumore,la frequenza.

Questo non vorrei scordarlo mai.

La signora che viveva in un container nella scuola di Akito

a cui avevano ammazzato il fratello e lasciato la nipotina.

I suoi occhi azzurri, lucidi.

Il biscotto mangiato insieme,

il bicchiere di aranciata.

I sorrisi e le sue mani intricate alle mie a dire siamo ancora qua.

Ainkawa.

Quest’aria sospesa, questa calma apparente e insieme reale,

come se il caldo ci avesse incollato addosso anche i timori

e se Dio vuole supereremo anche questa.

I peshmerga, fucile a tracolla, che aspettano ad Akre di andare al fronte.

L’orgoglio curdo

chè vivere o morire non fa differenza se difendi la tua gente

con una tenacia e lucidità che i libri di storia non mi avevano saputo spiegare.

Quel signore che piangeva al telefono un pianto disperato,

di prima mattina, sulla via dell’ufficio.

Le mie vicine di casa,

le sedie di plastica,

le fette di cocomero e

il caffè iracheno che quello turco fa schifo, dicono loro.

Il rumore della carriola che taglia la piazzetta in diagonale

mentre io quasi dormo, tutte le sere.

L’identità, loro, che li inchioda a questo posto.

L’identità, mia, che mi permette di scappare qualora servisse.

Il cuore spaccato per sempre  al pensiero di una cosa tanto meschina.

Portaci in Italia con te

E la stretta allo stomaco

Tutte le maledette volte.

Visto da qui ficcare un bambino in una valigia

E’ il gesto più’ umano.

La luna, che sembra non accorgersi di tutto questo dolore

e di tutto questo amore mischiati insieme.

O forse sì e per questo ci consola con la sua bellezza tutte le sere.

Guardo in terra e Dio non esiste.

Guardo in alto e non può che essere vero il contrario.

Restituire dignità

Emergenza è sinonimo di distribuzioni. Perché quando i disastri accadono, la risposta immediata e imprescindibile è dare le cose che servono alle persone affinché sopravvivano. E allora ecco la distribuzione di cibo e acqua per gli Yazidi che rientravano in Kurdistan dal confine di Pesh Khabur dopo un estenuante viaggio a piedi per fuggire l’assedio sulle montagne di Sinjar. Ed ancora le distribuzioni di riso e the, vestiti e acqua, sapone e latte in polvere.

Non dimenticherò mai quanto ad Agosto 2014 fosse scontato andarsene e doveroso rimanere. Mai scorderò quel paio d’occhi umidi persi in una storia che non conosceremo mai.

In alcuni momenti penso ai kit da distribuire così come li farei io.

Un pezzo di sapone e l’acqua calda per una doccia che restituisca dignità; un cambio di vestiti che sappia sempre di fresco; l’armonia dei notturni di Chopin prima di addormentarsi. Un bacio sulla fronte e dal profondo del cuore a dire che siamo tutti fratelli anche se ci vogliono far credere che non sia così.

Una fotografia

Finisce il 2014. L’immagine che più di altre rimane è quella di una foto scattata da Halwest Azad che peraltro ho avuto il piacere di conoscere personalmente ad Erbil.

Lo scatto immortala un ragazzo, una decina di anni, rifugiato iracheno, che gioca saltando su uno stock di materassi pronti per una distribuzione. E’ stata fatta il 18 giugno di quest’anno, nel villaggio di Bahry Taza (Khanaqin, Kurdistan iracheno).

Mi ha colpito molto questa foto e mi ha colpito subito, perché per me racchiude tante cose.

La prima cosa che ci ho trovato è questo ragazzo a mezz’aria. Di spalle, con la schiena inarcata, il volto nascosto all’obiettivo del fotografo. Mi è sembrato bello che non si potesse capire chi fosse. Perché in questo modo riesco a vederci una intera umanità di rifugiati e sfollati. Tante facce incontrate in questi mesi. Ma ci riconosco anche me stessa. Nel tentativo, a volte vano a volte no, di lavorare e vivere con una ostinata, impalpabile, leggera tenacia.

La seconda cosa che ho notato sono i materassi. Tanti, colorati, alti pochi centimetri. Sono gli stessi materassi che abbiamo distribuito anche noi, con i camion e a volte col pick-up dell’ufficio. La prima volta, mi sembravano inutili guardandoli cosi sottili e leggeri. Ma poi li ho portati di persona ad una delle prime famiglie approdata a Erbil in fuga da Kirkuk e ho visto le loro facce e stretto le loro mani. “L’ottimo è nemico del bene”. E il bene in quei materassi sfiorava un ottimo che non sapevo vedere, prima di incontrare quella famiglia.

Sullo sfondo della foto c’è un muro di mattoni grigi e poi un azzurro di un cielo velato di terra. Il colore del mio cielo ad Erbil.

Questa foto mi fa sentire bene. Mi fa sperare che le cose andranno nel verso giusto. Mi fa credere in una umanità che non smette di provarci e che lo fa con il coraggio leggero di un salto sui materassi destinati agli sfollati.

(Qui la foto)

Empatia

Sei mesi sono passati dal mio arrivo ad Ainkawa. E insieme sono passati scatoloni di distribuzioni, materassi, latte in polvere, pannolini, zaini di scuola, riso, cibo in scatola e coperte. E non sono manco davvero passati perche’ continuano e continueranno.
E penso a quanto poco di tutto cio’ che vedo arrivi alla parte di mondo da cui provengo. E detesto l’immagine della sofferenza in foto di cattivo gusto che ho sentito chiamare “di denuncia” dai piu’ e solo da pochi “pornografia umanitaria”.
Ci sono un sacco di storie belle anche nella tragedia che ci ha colpiti.
La cosa piu’ bella, poi, e’ successa a me che qui ho capito che nasciamo umani e diventiamo persone attraverso l’empatia che riusciamo a provare.
Penso a un ragazzo di Sassuolo, che ho conosciuto appena e che un giorno mi ha detto:

“Nella mia vita ha corso il rischio dell’autosufficienza”.

Lavorava, faceva la spesa e si stirava tutte le sere la camicia per il giorno dopo. Poi nell’inerzia che chiamava vita ha deciso di fermarsi per un po’ e provare a scuotersi con pacati gesti rivoluzionari. Ora alla vita di prima ha aggiunto qualche ora da volontario in un centro per disabili.

“Mi fa senitire vivo. Mi rende umano” – dice.

Dopo anni, qui a Erbil ho capito cosa volesse dire “correre il rischio dell’autosufficienza”. E mi sento meglio anche io.

Una testimonianza da Ainkawa

“Verso le dieci di sera il parroco ha detto che ISIS si stava avvicinando e che dovevamo scappare prima che arrivasse. Ci siamo messi in auto e abbiamo guidato verso Erbil”. Le storie di molte persone, oggi sfollati ad Ainkawa, quartiere cristiano di Erbil, cominciano con queste parole.
Io mi sono resa conto della portata della cosa, quando la mattina successiva sono andata a lavoro, con la solita passeggiata di dieci minuti nelle vie di Ainkawa.

Le strade erano intasate di pick up carichi di cose e persone. Una massa caotica di materassi, buste di vestiti, qualche borsone, bombole del gas e qualche pentola. Le persone si sono accampate un po’ ovunque. Parchi e chiese, soprattutto. Dentro ai camioncini ci sono intere famiglie. Sono tutti stanchissimi e i piu’ dormono. Tanti sono per terra, nelle aiuole, sui cartoni.

La chiesa che e’ sul mio percorso tra casa e ufficio, e’ una piccola chiesetta. Tutti i suoi ambienti sono stipati di persone. Insistono perche’ entri a dare un’occhiata, e io non vorrei perche’ penso di ledere la dignita’ delle persone. Quando entro capisco che sono io che non ho piu’ il coraggio di sostenere lo sguardo delle persone che incontro. La chiesa e’ piena di una umanita’ spaventa, stanca per il viaggio e debilitata dai 45 gradi in questa stagione.Tanti sono stati anche cinque ore in auto ai check point per entrare a Erbil. Molti hanno fatto scendere donne e bambini per attraversare a piedi il check point, per fare prima. Gli uomini in auto a fare la fila sotto il sole. Alcuni dormono su dei materassini dello spessore di pochi centimetri, altri sui cartoni appoggiati sull’altare.

Qaraqosh era una citta’ di circa 50.000 abitanti, vale a dire piu’ o meno come la citta’ di provincia in cui io sono cresciuta. Ora e’ una citta’ vuota perche’ i cristiani potevano scegliere di convertirsi o andarsene. La sorte perggiore e’ di quelle minoranze, tra cui gli Yazidi, cui ISIS attribuisce la venerazione del demonio. Per loro e’ previsto lo sterminio.

Alcuni amici Yazidi mi raccontano che il loro ufficio e’ stato occupato da ISIS e che ora la bandiera nera sventola sul tetto. “Gli americani bomborderanno il nostro ufficio ora che e’ occupato da ISIS” mi dice il rappresentante di una ong locale Yazida. Un suo collega piange, mentre ci racconta quello che sta succedendo sulle montagne dove gli Yazidi sono scappati. Mi racconta atrocita’ che so che non sapro’ raccontare ad altri e che mi rifiuto di scrivere.

Piu’ tardi sono andata a vedere la situazione in un’altra chiesa, la piu’ grande del quartiere. Ci sono centinaia di famiglie. I gruppi parrocchiali sono stati i primi ad attivarsi cucinando riso al pomodoro e distribunendolo a tutti. La Chiesa accoglie e mi sembra l’unica comunita’ capace di tendere la mano nell’esatto momento in cui le viene chiesto aiuto. I parchi sono diventati dei piccoli accampamenti di fortuna. Le coperte vengono legate agli alberi per poter avere il sollievo di un po’ di ombra. I bambini lavano vestiti alle fontanelle del quartiere.

Tanti hanno avuto la fortuna trovare ospitalita’ a casa dei parenti. L’ospitatlita’ e’ per i familiari, e per gli amici e per gli amici degli amici. Non e’ tanto quanti letti liberi hai ma quanto suolo calpestabile hai in casa. Tanti, anche i miei colleghi, ospitano trenta o quaranta persone, alcuni hanno un letto, alcuni un materasso a terra. Tanti dormono sul pavimento.

Mi accorgo presto che i localini di Ainkawa sono stranamente deserti. Chiedo il motivo, e mi dicono che tanti tra uomini e ragazzi, hanno deciso di fare una colletta con i soldi che solitamente spendono per il te’ e la shisha. La colletta e’ per gli sfollati, ovviamente. La solidarieta’ umana scalda il cuore.

Ainkawa in due giorni e’ irriconoscibile. La geografia del quartiere sta cambiando rapidamente. Alcune strade non sono piu’ aperte al traffico e ospitano le famiglie nelle tende. Campi tendati improvvisati sulle corsie delle strade.

Le associazioni, organizzazioni umanitarie e le agenzie delle Nazioni Unite si sono coordinate per una risposta all’emergenza e si pensa a nuovi campi dentro Erbil. I campi in Kurdistan ospitano da tre anni i rifugiati siriani e da un po’ di tempo anche gli sfollati iracheni. Ora anche questa emergenza.

Mi chiedo se oltre a provvedere a cibo e acuqa, non si potrebbe facilitare i visti per uscire da questo caos. Tanti genitori vorrebbero garantire la scuola ai proprio figli, o una bozza di certezza su quello che succedera’ domani. E’ la violenza e la brutalita’ dei loro racconti la cosa che piu’ ferisce e il trauma che tutti loro si porteranno addosso. Mi chiedo se possiamo ancora definirci umani quando, come comunita’ mondiale internazionale, ci mobilitamo per acqua e cibo ma non siamo disposti a dare visti e aiutare le persone a ricostruirsi altrove la vita che avevano fino a ieri.

Restiamo Umani. A Erbil.

La vita a Freetown è durata solo un mese. Mi resta il frastuono dei generatori sempre accesi, il caldo umido e il caos delle macchine, dei camion e delle moto. Ma anche il ricordo dell’albero di cotone più grande che abbia mai visto, l’oceano come muro d’acqua sempre presente all’orizzonte e il riso di colori fluorescenti (per rendere la pietanza più cool, ovviamente).

Poi me ne sono andata. Armi, bagagli, motoscafo, aereo, altro aereo, macchina macchina macchina e… casa mia. Per ben due settimane. Poi una nuova partenza. Destinazione Erbil, Kurdistan iracheno.

Già, cari lettori, senza saperlo ho accettato un lavoro in un posto che, in due settimane dal mio arrivo, è diventato teatro di fatti di cui non mi sarei mai aspettata di diventare testimone.

Nei primissimi giorni qui, sono rimasta colpita dalla gentilezza estrema delle persone. Una genitlezza non paragonabile a niente vissuto prima. Ora combatto col caldo estremo e cerco di fare un lavoro che è sicuramente qualcosa di più grande di ciò che mi aspettavo inizialmente. Ovviamente questo posto si è presto riempito di giornalisti, troppo spesso mandati a saccheggiare la dignità delle persone con la macchina fotografica o a scrivere articoli pieni di luoghi comuni, in cui alla parola atrocità segue sempre l’aggettivo agghiacciante.

Poi c’è una minoranza fatta di bravi giornalisti, capaci di cogliere le storie e valorizzare immagini che raccontano senza tradire la dignità delle persone coinvolte. Purtroppo sono una minoranza, ma io preferisco guardare a loro.

Il proposito è di scrivere più spesso. E raccontarvi quello che vedo.

Restiamo Umani.

 

 

 

 

Muzungu diventa Opoto

Cari Amici e Lettori,

un po’ di tempo è passato e tante tante cose sono cambiate. Come preannuncia il titolo del post, e dopo un breve soggiorno nell’amata terra natia, sono approdata a Freetown. L’idea è quella di continuare questo blog e forse cambiare il nickname. Inizialmente pensavo di diventare MuzunguinFreetown. Poi però sabato scorso sono stata intercettata in strada da una bimbetta di due anni che mi si è piazzata davanti e ridendo mi ha chiamato OPOTO.

Opoto?!
Sì, Opoto.

Paese che vai e appellativo di bianco che trovi! ecco che Muzungu è diventato Opoto. Che dite, cambio nick con OpotoinFreetown?!
Sono arrivata da tre settimane e sono già tante le cose degne di nota. Provo a riordinare le storie e gli incontri e darvi un piccolo spaccato sul mio arrivo.

Sono arrivata all’aeroporto internazionale di Freetown alle dieci di una sera di Marzo e subito la prima scoperta: qui non c’è l’area “arrivi internazionali” dove ci si riabbraccia dopo tanto tempo. Il motivo è semplice: Freetown si trova su una penisola sull’oceano Atlantico e l’aeroporto è sull’altra sponda di una baia. Ovviamente il trasporto da e per l’aeroporto si paga e anche tanto, quindi gli abbracci e i “ben arrivato” si rimandano all’attracco della barca.

Barca?!
Sì, barca.

Immigrazione, bagagli tutto a posto. Esco e con una solerzia mai vista prima in Africa, un tipo mi intercetta e butta i miei bagagli in un pulmino (che io chiamo matatu e lui chiamano poda poda, ma questa ha a che fare con l’arrivo improbabile di un Muzungu a Freetown!) e mi fa salire su un altro. Non capisco provo a chiedere e la risposta è, come sempre, il mai così poco rassicurante “no problem, it’s ok”.

Poi la partenza e l’arrivo in dieci minuti sull’oceano Atlantico. Il poda poda arranca sulla sabbia e arriva fino a un piccolo molo di legno. Lì ci aspettano gli scafisti.

Scafisti?!
Sì, scafisti.

Dieci persone per motoscafo e bagagli tutti impilati e pericolosamente instabili. Mi danno un vecchio giubbotto di salvataggio. Lo lego e partiamo. Venticinque minuti nel buio totale  a bordo di un motoscafo che da Muzungu mi porta verso la mia nuova identità di Opoto. Ma un rito di iniziazione che si rispetti richiede una catarsi e una epifania. E così, mentre la città cominciava a delinearsi nelle luci accesa da generatori, le onde mi hanno battezzato lavando via le tracce di Muzungu rimaste attaccate. A ogni rimbalzo del motoscafo un’ondata d’oceano. Diciamo che il battesimo è stato prolungato e meticoloso. Una doccia, se vogliamo.

I giorni a seguire sono stati e sono tuttora un caos difficile da districare. Scopro presto che la corrente elettrica è stata introdotta nel 2005.

2005?!
Sì, Duemilacinque.

Ma introdotta significa che esiste non che sia disponibile. Così chi può ha il generatore e chi non può le candele. Il frigorifero chiaramente non ha più motivo di esistere. Così lavoro con il generatore acceso e la sera cucino a lume di candela. Un tavolo a lume di candela lo conoscevo già, un villaggio anche ma mai avevo visto una città a lume di candela.

Ci sono tutte le premesse per una bella esperienza. Vi tengo aggiornati.

Muzungu in Italy

Dopo due anni, come preannunciato, sono rientrata da Nairobi.

Sono in Italia e mi guardo intorno con l’imbarazzo/stupore dell’antropologo in patria.

Per vostra fortuna, amici, avete scampato il post-bilancio-ultimopostdanairobi. Il suddetto post, infatti, è andato smarrito con il furto del mio computer giusto un paio di giorni prima del mio rientro in Italia. Un file sul desktop.

Non era alta letteratura quindi mettiamoci una pietra sopra.

Ma basta rimuginare sul passato! Quello che vi annuncio è un deciso cambio di rotta. Sto per partire alla volta di Freetown – Sierra Leone. Forse dovrò cambiare il mio nick in Muzungu in Freetown. O magari scoprirò che c’è un appellativo del West Africa ad indicare la mia tipologia umana. Chisseneimporta! Il blog rimarrà questo solo che vi scriverò da un altro posto.

Una nuova prima volta. Per certo ci saranno nuovi tipi di bellezze da raccontare.

Incrociamo le dita!

Vendesi

Dopo due anni ho deciso di andare. Di Nairobi, più di tutto, mi mancherà casa mia. E’ strano che alla fine ci si ripiega in se stessi e si finisce per sentire la mancanza di spazi privati invece che della vita là fuori. Nelle ultime settimane ho venduto i mobili di casa e la macchina. Mi fa impressione pensare che un altro dormirà nel mio letto o starà a leggersene sulla mia sedia verde in balcone. E’ già cominciata la nostalgia.

Restano incastrati negli occhi i buchi per terra nelle strade, l’umanità piegata che incontri nelle vie e i contrasti spaventosi e inumani. E la consapevolezza sempre più forte che noi che siamo i ricchi e ci affanniamo per cose futili siamo in realtà quelli che hanno perso il senso d’insieme. O se preferite il significato ultimo. Mi sento una privilegiata per aver vissuto qui e visto cose spesso raccontate con la retorica marcia con cui si racconta la distanza dei nostri mondi. Io questo posto l’ho visto e vissuto. E mi ha fatto molto male e molto bene insieme. Vado via perché non è più il mio di posto e perché ho bisogno di ordinare i pensieri.

Mi sembra che niente abbia più senso e allo stesso tempo che ci sia puzza di morte nella parte di mondo dove sto per tornare. La morte è quella di menti offuscate dal divertimento concepito come bere e parlare di niente, avere cellulari sempre nuovi e tutti uguali che scattano foto in cui io vedo soltanto solitudine e capelli innaturalmente lisci. Nel mondo dove torno le solitudini si incontrano senza toccarsi.

C’è poi però una minoranza viva che si guarda in faccia e si dice ciò che sente. Una minoranza che riesce a tendere la mano. E io voglio far parte di quella, senza lasciarmi abbattere dal chiasso e dal chiacchiericcio della maggioranza.

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